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Due parole...

“I bambini sono il sorriso di Dio sulla terra”  Madre Teresa

Airbus 321, Air France, volo 9830, ore 21 e 15 di martedì 11 settembre, il decollo dall’aeroporto N’Djili di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo…. domani 12 settembre sarò a Roma…..

Domani……. Domani……. Ma oggi?

Oggi è il mio distacco da questa terra d’Africa che mi ha tenuta tra le braccia per 41 giorni, mi ha fatto piangere e mi fatto ridere, mi ha dato gioia e mi ha fatto toccare il dolore, mi ha messo davanti mille difficoltà e mi ha permesso di viverle, di accettarle, di superarle, mi ha aperto il cuore, lo ha riempito di amore e mi ha chiesto di tornare.

Gli ho risposto di aspettarmi, tra un anno sarò di nuovo lì da lei!

Eccomi qui, tornata a Roma, nel cosiddetto mondo moderno, civilizzato, progredito, e che più ne ha più ne metta. Un mondo che per diventare così com’è sta perdendo, e non se ne rende conto, la cosa più bella che Dio ci ha donato: l’amore, in tutte le sue dimensioni.

Dei miei 41 giorni trascorsi nella Repubblica Democratica del Congo, 33 li ho vissuti nel Centro Medico Mutti, che precisamente è composto dal Centro Medico (Ospedale e Maternità), Farmacia, Scuole, Centro Nutrizionale e Chiesa.
Intorno ci sono solo sei abitazioni: due case di mattoni e quattro capanne di legno, terra e paglia. Sono le abitazioni di coloro che stanno lavorando per la Fondation Bon Samaritain di Don Jean Leon Katshioko, per finire di costruire le strutture sopra dette e che l’Associazione “Un ponte d’amore” onlus ha deciso di aiutare. Intorno ci sono molti villaggi (Kinimi, Zanga, Mubenge, Ngwala, Mbulumbu, ecc.) ognuno dei quali ha una distanza dal Centro che varia dai 4 ai 20 km.

Il Centro Medico Mutti dista 80 km dalla città più vicina, che è Kikwit, di cui 20 km sono di sabbia e terra, percorribili solo con una Jeep a trazione anteriore e 4 ruote motrici e in buono stato meccanico, per far sì che non succeda, come a me, l’imprevedibile, cioè macchina in panne e 16 km a piedi per raggiungere la strada asfaltata, poi l’attesa di oltre un’ora ad attendere uno straccio di macchina (nel vero senso della parola!) che chiamano taxi e che riesca a fare i 60 km rimanenti, pagando 30 $, per poter raggiungere Kikwit, dove poter comunicare con il cellulare, comprare riso, farina, conserva di pomodoro, sardine, latte in polvere, zucchero, sale, carbone, cemento, assi di legno, batterie per le torce, benzina per il gruppo elettrogeno, medicinali, pane……insomma il necessario per poter vivere! E poi tornare con la jeep della Police….

Non posso dire o scrivere, raccontare o descrivere, i miei 33 giorni al Centro Mutti, posso solo elencare alcuni dati per rendere l’idea: non c’è copertura di rete (bisognare arrivare a kikwit), non c’è corrente elettrica, non c’è acqua corrente ma c’è il fiume Kabangu, c’è una sorgente d’acqua che ha una esigua emissione di acqua e dove Don Jean Leon ha fatto iniziare la costruzione di un serbatoio di rocce e cemento per poterla raccogliere e averne a disposizione una maggiore quantità.

Ho passato la maggior parte delle mie 33 giornate con 42 bambini, dai 2 ai 13 anni, molti figli dei lavoratori, altri figli di mamme ricoverate all’ospedale, ho giocato con loro, ho donato ad ognuno di loro delle piccole cose: un giorno dei vestiti, un altro giorno quaderni e penne, e poi ancora un portachiavi ai maschi e dei piccoli orecchini alle femmine, caramelle e lecca-lecca, e poi mi ritrovavo inondata di arachidi, banane e ananas….il loro grazie!

Bastava che mettessi un piede fuori dalla mia casa che loro erano già lì, ad aspettare che proponessi loro qualcosa da fare, un gioco, una canzone, una passeggiata al ponte, (dovete sapere che per arrivare a Mutti bisogna attraversare un ponte…..”Un ponte d’amore”….) o alla chiesa o alle scuole, anche se camminare con loro era un po’ problematico perché ognuno di loro avrebbe voluto darmi la mano, e allora ho escogitato un metodo: ognuno prendeva un dito delle mie mani e altri mettevano le mani sui polsi, beh! non era una passeggiata facile da fare ma era l’unico modo per non farli bisticciare; oppure aprivo “l’école de Patricia” (la scuola di Patrizia) come loro la chiamavano e che consisteva nel dare ad ognuno di loro un foglio di quaderno e una penna (che poi mi rendevano) e dovevano fare un disegno che io proponevo di fare. Poi me lo consegnavano, scrivevo sul foglio il loro nome, lo facevo vedere a tutti gli altri, grandi applausi e alla fine una caramella per tutti! Chiaramente i disegni li ho tutti con me…
Gli ho insegnato a cantare in italiano il “Giro giro tondo” e “Un capitano, c’è solo un capitano”, e i furbetti, quando non mi vedevano e volevano che stessi con loro, non venivano a chiamarmi, per il rispetto innato che hanno, ma cominciavano a cantare vicino alla finestra queste due canzoncine! In italiano!!! E come facevo ad ignorarli? Uscivo e qualcosa inventavamo, anche solo stare seduta su una sedia e loro tutti intorno a cantare o a ridere tutti insieme per il loro tentativo di insegnarmi la loro lingua, il Kikongo, e con la mia incapacità a pronunciarlo….
Ma una domenica mattina mi rimarrà sempre nel cuore: un sabato avevo donato a ciascuno di loro dei vestiti, anzi li ho fatti venire uno ad uno nella mia stanza e gli ho fatto scegliere le cose che preferivano. Bacino, foto e raccomandazione di portare subito gli indumenti dalla mamma. L’indomani, domenica, verso le 9 e 30, mentre ero impegnata a scrivere il mio diario, mi chiamano perché c’era qualcuno che mi cercava: davanti alla mia porta c’erano tutti i bimbi in gruppo che indossavano i vestiti donati il giorno prima…..che spettacolo!!!!! A quel punto ho pensato di preparare la colazione per tutti….
Aiutata da Mamma Marcellina, Pathy e Pablo (i miei angeli custodi per tutto il periodo vissuto a Mutti) abbiamo preso tutto il pane che era rimasto, una decina di panetti cotti due giorni prima, l’abbiamo affettato, avevo 2 barattoli di marmellata che abbiamo spalmata sul pane, 6 pacchi di biscotti e 2 barattoli di latte in polvere (il tutto comprato a Kikwit pensando di darlo ai bimbi ma senza sapere come…). Mamma Marcellina ha acceso il braciere e ha riscaldato l’acqua per preparare il latte, Pathy e Pablo hanno portato fuori il tavolo con la tovaglia, da Roma avevo portato bicchieri e cucchiai di plastica e così abbiamo preparato la colazione più allegra e gustosa che si possa immaginare!!! Alla fine della colazione siamo andati tutti davanti alla statua della Madonnina, abbiamo pregato tutti insieme e L’abbiamo ringraziata per la bella domenica che ci era stata donata.

Ho assistito a molte partite di calcio: Don Jean Leon ha organizzato un torneo di calcio tra tutti i villaggi e la cosa bella è che abbiamo portato da Roma le reti per le porte di calcio (cosa che penso proprio nessun villaggio fino a Kinshasa abbia!) e i palloni che è una delle cose che qui amano di più. Una esperienza sorprendente pure questa! Giocano scalzi e come giocano……
Da filmare i tifosi: si mettono tutti vicino alla porta del proprio portiere e fanno un gran tifo, poi tra il primo e il secondo tempo si scambiano tranquillamente la porta attraversando tutti il campo di calcio….Ho immaginato solo per un attimo un derby Roma-Lazio alla fine del primo con le curve che si scambiano di posto…..

Ho vissuto quello non avrei mai voluto: il dolore per la morte di due bimbi, uno appena dopo il parto, un altro di malaria. Quest’ultimo è arrivato al Centro di notte. Molti, soprattutto bambini, arrivano di notte dopo molti km percorsi a piedi, ho riconosciuto subito il lamento di dolore chi ha la malaria (la mia stanza era divisa da un muro dalla stanza chiamiamola del Pronto Soccorso e quindi avevo imparato tutti i rumori che ne provenivano, i lamenti di chi era malato e il pianto dei bambini appena nati, perché appena venuti alla luce veniva portati là, per visitarli e dargli il vaccino o altro). Ho pregato per lui, ma il pomeriggio seguente è morto, è stato portato troppo tardi per poterlo curare.  Il dolore dei genitori si è fatto pianto e strazio. Ed io ero là… Sono stata al suo villaggio, dove hanno fatto i funerali con canti e balli, il loro modo di accompagnare e presentare l’anima di chi muore a Dio. Ho pianto ma loro mi dicevano: “Ne pas pleurer!” (Non piangere), ma non era mica facile….

Ma ho anche avuto la gioia per la nascita di una nuova vita: in quei giorni sono venuti alla luce una decina di bambini e la prima femmina nata è stata chiamata Patricia per me! Ho cucito per lei una copertina di stoffa e poiché avevo dei vestiti da neonato ne ho donati un po’ a lei e  agli altri bimbi presenti in quel momento nella maternità.
Dopo circa 6 giorni Patricia e la sua mamma sono tornate al loro villaggio, ma prima di partire la mamma è venuta da me con la piccola per salutarmi e mi ha donato 4 uova…. Non so quanti di voi hanno mai ricevuto in dono 4 uova e abbiano sentito e ricevuto nel cuore un’emozione e una gioia così forte! La gioia di una nuova vita, di una bimba nata in posto abbandonato dal mondo, che è stata aiutata a nascere lì, dove se non ci fosse il Centro Medico Mutti non so dove e come sarebbe nata, la gioia di tenere tra le braccia una bimba a cui hanno dato il mio nome per non dimenticarmi e da cui ricevo insieme alla gioia, sorrisi, amore e…..4 uova!!!

Il Centro Medico Mutti…… una speranza di vita….un miracolo dell’amore…

Ora capite perché non è facile per me scrivere e raccontare quello che ho vissuto: quella terra così lontana e splendida, misteriosa e  straordinaria, che non puoi lasciare senza la promessa di tornare, che ti lascia nel cuore un segno indelebile, quello dell’amore semplice, puro, senza secondi fini, spontaneo, vero…..
E l’amore non si può scrivere, si può solo donare….. perché è solo dando che si riceve…

La cosa che ora potete fare è guardare le foto di questi miei 41 giorni vissuti in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo, e se pensate che l’aiuto che stiamo dando alla Fondation Bon Samaritain per costruire e tenere sempre fornito il Centro Nutrizionale Valentina e il Centro Sportivo Francesco Totti Fans presso il Centro Medico Mutti è amore…..aiutateci a donarne il più possibile….continuiamo a costruire questo ponte d’amore che unisce Roma a Kinshasa…… Grazie. Di cuore.

E nel mio cuore sono tutti coloro che hanno aiutato e aiutano ancora questo ponte d’amore, sappiate che è anche grazie a voi che questo miracolo d’amore ha dato la vita, la speranza e il sorriso a tanti bambini.

“Quello che sorprende gli altri non è tanto quello che facciamo, ma il vedere che ci sentiamo felici di farlo e sorridiamo facendolo.”
Madre Teresa

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